Il telelavoro è un’opportunità*

Nel suo ultimo editoriale (Le nuo­ve dimensioni del lavoro , «Corriere del Ticino» di venerdì 20 aprile) il diretto­re Giancarlo Dille­na ha espresso non poche perplessità in merito al telelavoro e alla sovrapposizio­ne di vita privata e lavorativa. Debbo dire che mi ha spiazzato, poiché ho sem­pre immaginato che il mestiere di gior­nalista fosse una di quelle professioni che si «smettono» andando a dormire e si «rimettono» al risveglio, un po’ come ca­pita ai medici o agli avvocati.

Insomma, ho quasi il sentore che la sua, in fondo, sia una provocazione, che accolgo e al­la quale rispondo.

Come imprenditore reputo il telelavoro un’opportunità. È la soluzione ideale sot­to numerosi punti di vista e non vedo un vantaggio limitato solo alle aziende di tecnologia avanzata o alle start up, ben­sì anche per quelle più tradizionali. Ov­viamente non tutte le professioni si pre­stano al telelavoro e non tutte le perso­ne – per indole – sono capaci di lavora­re in autonomia, ma quando ciò è pos­sibile, assicuro che i vantaggi sono chia­ri sia per l’azienda sia per il collabora­tore in termini di costi, di tempo e di per­formance. È una questione di atteggia­mento e di approccio all’organizzazione del lavoro. L’autentico telelavoro di per sé rappresenta un vero e proprio cam­bio di paradigma, che reputo positivo perché supera la sindrome del controllo (e delle sue innumerevoli implicazioni) tipica dei modelli aziendali tradiziona­li. Con il telelavoro si abbandona l’ana­cronistico concetto delle 8 ore e della fa­scia 8-17 in favore di una maggiore fles­sibilità, libertà e autonomia sull’arco del­l’intera giornata.

Consideriamo i minuti, che poi diventa­no ore, giorni o settimane nell’arco di un anno, che non si perdono per spostarsi da casa al lavoro: il risultato è meno traf­fico e meno inquinamento. Pensiamo al fatto che autonomia e orario flessibile permettono, ad esempio, ad una mam­ma di conciliare maternità e lavoro con molta più facilità (e si sa quante coppie rinunciano ad avere figli per questioni economiche).

Cambia anche la misura della perfor­mance: non più quante ore di lavoro (quantità), ma cosa si è fatto (qualità). Se si lavora per obiettivi, e ciò che con­ta è il risultato e non quante ore sono state impiegate per ottenerlo, si supera anche il problema del tempo pieno o de­gli orari d’ufficio; addirittura è quasi normale e accettabile lavorare al saba­to e alla domenica, per poi recuperare il tempo libero – e senza problemi – in set­timana.
I momenti di scambio a quattr’occhi e d’interazione sono piuttosto frequenti: qualsiasi impresa prevede incontri rego­lari o occasionali durante i quali la pre­senza dei collaboratori è necessaria. A differenza del modello tradizionale, le riunioni sono brevi, strutturate, votate all’azione e con spunti interessanti. Sor­prendentemente questa modalità raffor­za sia il senso di appartenenza sia il le­game tra le persone, poiché le questioni personali, le invidie o i malumori non hanno modo di crescere e diffondersi.

È un modello al quale non siamo anco­ra abituati, ma chi lo vive da qualche tempo so per certo che non ha alcuna intenzione di rinunciarvi, perché in po­co tempo e dopo qualche iniziale titu­banza, quasi tutti trovano un equilibrio tra momenti da dedicare al lavoro e mo­menti da dedicare alla vita privata. Dun­que un piccolo assestamento iniziale e di sovrapposizione tra privato e lavora­tivo più che accettabile a fronte di altret­tanti benefici.

*Corriere del Ticino, 23.04.2012