La generazione up!

Area Wi-Fi

Ho appena finito di leggere lo Special Report di The Economist sulle startup. Uno sguardo severo e impietoso su un fenomeno (perché, in effetti, un po’ di fenomeno si tratta) che riconsidera l’essere imprenditori (ma chi crea una startup è un imprenditore, ci si chiede?) e che ridefinisce i contorni del fare business nel 2014.

I dati, sebbene non del tutto aggiornati e forse anche un pelo approssimativi (perché in costante evoluzione e in assenza di un vero e proprio storico), fanno capire che “fare startup” è un business interessante e profittevole, ma con dinamiche tutte sue e con rischi e minacce talmente alti che il tasso di successo è di 1 su 1000 (forse anche meno, tipo 1 su 100,000, come il capitale minimo per creare un MVP — Minum Viable Product).

È l’era dello “startup hype”, dove, tutto quello che è definito come startup, è fico, cool, awesome e roba simile. Chi ne fa parte (compresi il sottoscritto e la sua paziente consorte) sono parte della casta privilegiata della società: siamo gli early adopters, siamo gli opinion makers (e non più opinion leaders, notare), i tech-savvy, i socially connected e i master graduated del nuovo millennio. Siamo quelli che ridefiniscono e rimodellano (e da qui il nome Plastical se nessuno l’ha mai capito, eheheh!) i modelli di riferimento tecnologici e ne propongono di nuovi, in grado di migliorare la vita a milioni di persone. Praticamente chi fa impresa oggi è uno startupper. E tutti gli altri? Dimenticati: fa più notizia una coppia di amici che non ha saputo ottenere mezzo centesimo ma che ha lanciato un social network per criceti impotenti rispetto ad una parrucchiera che ha assunto 2 o 3 persone o un medico che ha trovato un modo per curare l’alzheimer… Ma ci sta, perché i nuovi modelli di riferimento, in una società imbolsita e terrorizzata dal settore finanziario, stanno cambiando e chi osa “innovare” e lanciare un progetto con un nome impronunciabile è l’eroe del momento. Oramai spariscono i poster dei One Direction e ne appaiono di nuovi con il faccione e la mezza pelata di Steve Jobs. Esagero, ma perché la provocazione e l’essere disruptive sono ciò che oggi tutti si aspettano da noi.

E allora esagero ancora di più e descrivo, a modo mio, quanto contenuto nello speciale.

Lo startupper, e su questo un po’ provocatoriamente assecondo i toni dell’Economist, è uno che trova scuse per non fare un lavoro tradizionale, un alibi per tentare di trasformare la passione in un hobby costoso per il quale cerca di trovare i soldi (da parenti, amici e qualche pazzo) per finanziarselo. E allora ecco spuntare come funghi le moderne scuole di talento (I Saranno Famosi del dopo-crisi 2008, dove al posto di cantanti, attori e ballerini troviamo i coder, i developer o gli ux designer e che ora si chiamano acceleratori) che condiscono (o intontiscono) lo startupper e lo convincono che tutto quello che ha imparato all’università sia solo fuffa e che deve operare in modalità “lean”, pronto a sbagliare e a fallire rapidamente e presto e poi ripartire.

Il sogno non è più esibirsi su di un palco con la propria band ma è andare in un monolocale fatiscente a San Francisco per — pare — cazzeggiare e per passare ore con il proprio MacBook (comprato con i soldi dei genitori) nello Starbucks sotto casa. Questo per chi non è tanto fortunato per essere ammesso in qualche programma di mentoring, di venturing, di x-ing qualsiasi, dove la parola d’ordine è co-qualcosa. Co-inquilino, co-abitazione, co-operazione, co(n)-divisione (di soldi, di cibo, a volte anche della banda-larga e, nel pieno spirito della sharing economy, anche del o della co(m)pagno o co(m)pagna).

Breve digressione: La De Filippi ha già annunciato che la prossima edizione di Amici non avrà più cantanti e ballerini, ma coder e designer, e si chiamerà Accelerati. Gli insegnanti saranno sostituiti da mentor (che giudicheranno i ragazzi rigorosamente tramite Google hangouts o Skype calls) e il premio finale sarà un seed fund di 500k o a fondo perso o come prestito convertibile in quote.

E tutto questo per far cosa? Oh beh, la ricerca del “The Next Big Thing”! E chissenefrega se non ci si fanno soldi, o anche se se ne fanno, bruciarli in meno di tre mesi? Vuoi mettere l’articolo su Smashing o l’intervista esclusiva su TechCrunch? O il far parte di un gruppo di persone che si autoproclama “world changers”? Eh beh, di sicuro dormire 4-5 ore per notte, passare il resto del tempo attaccati al proprio device iper-connesso a scrivere linee di codice e poi a riscriverle perché le APIs di Facebook-Twitter-LinkedIn-Google+-Twilio-PayPal-Pinterest hanno subito il passaggio dalla v1.0.0.0.2 alla v.1.0.0.0.3, è veramente appassionante!

E poi: incontri il tuo vecchio amico, quello del Poli, che stava studiando e quasi riuscendo a trovare il sistema per ridurre l’inquinamento atmosferico del 15% con un gruppo di scienziati del MIT, che poveraccio si è dovuto accontentare di una semplice borsa di studio e pagarsi le trasferte di tasca propria, e ti senti migliore di lui. Già perché mentre lui cerca di risolvere un problema mondiale che però nessun governo applicherà mai, tu hai beccato proprio questa mattina l’ennesimo round di 15 milioni per uno stupidissimo sito che mette in contatto persone spiantate con altre persone spiantate che hanno una stanza da affittare. Così, per risparmiare sul costo degli alberghi (e fare disruption anche in quel settore… Ma le pensioni e i “rent a room” non c’erano già prima di AirBnB?) e per permettere al nostro startupper di tornare nella Silicon Valley a cazzeggiare, in un altro monolocale squallido e a bere Frappuccino’s in un altro Starbucks.

Ovviamente ci sono andato pesante, per far capire che questo è ciò che ci si immagina sia il nostro mondo.

La realtà è molto diversa e fatta di persone che si danno un gran da fare. Certo si dorme pochissimo, si lavora tanto, ci si isola socialmente (anche se si è 24/24 in Facebook o su Twitter) e si vive alla giornata. Si rincorre un sogno, e si usa la frase “cambiamo il mondo” solo per ingolosire gli investitori, mica perché veramente si crede che un nuovo servizio online based sia così innovativo da cambiare la storia.
Nessuno fa una startup perché non ha voglia di fare o di lavorare. Uno che si lancia e che si definisce imprenditore o founder, poco importa, lavora il doppio di ore rispetto a qualcuno che sceglie la strada dell’essere un dipendente. E i sabati e le domeniche sono giorni di lavoro. I soldi sono pochi e quelli che si riescono a tirare sù (da “to rise”) si investono nella propria creatura. Si vive peggio e male, si è costantemente in una fase di precariato economico e di instabilità emotiva. Si è drogati di caffè e si mangia perlopiù cibo precotto.

Il tasso di successo è praticamente nullo, ma se fosse facile e senza rischi, se ne parlerebbe così tanto? E poi, diciamolo, quali alternative esistono almeno qui da noi?

E se alla fine si riesce a “spaccare”? Ecco che tutto questo in qualche modo ha un senso… E sappiamo che si può fare e che tutto sommato vale almeno la pena di provarci, perché qualcuno, a volte, riesce e diventa una persona quasi normale. Con una piccola differenza: un conto in banca da far invidia ad uno Stato. I signori Jobs e Gates vi dicono qualcosa?