Il bello deve ancora arrivare

Il Ticino, quello verace e puro dei grotti, del dialetto e del Fas90 sta lentamente ma inesorabilmente cedendo il passo al merlot da gran prix, all'”italinglese” e alla faticosa e inattesa convivenza internazionale.

Lungi da me parlare di politica o in politichese, ma in questi anni il nostro Cantone ha subìto trasformazioni epocali, tanto da disorientare e da mettere sulla difensiva non poche persone. La crisi certamente ha accelerato questo processo, ma ha anche fatto riemergere un lato dei ticinesi che da tempo pareva essersi perduto: il senso di appartenenza.

Oggi, si condividono i problemi lavorativi e le più o meno giustificate difficoltà nella vita di tutti i giorni molto più di prima, il che, da una parte ha un impatto dirompente sulle scelte dell’agenda politica, dall’altra rischia di alimentare una spirale involutiva e di negatività che ci fa poco bene.

Siamo vittime del nostro stesso disagio, la sindrome di Calimero e del “ce l’hanno tutti con me”. Lo so, per esperienza diretta e perché io stesso sono uno che tende a borbottare e a lamentarsi forse un po’ troppo.
Poter sfogare facilmente e continuamente la frustrazione con altre persone che condividono i miei stessi problemi o momenti di disagio porta, per qualche momento, a stare meglio. Ma poi? Possibile che sia sempre tutto così brutto e negativo?

La risposta è no. E pensandoci bene le energie e le ore (perché di ore si tratta) a scrivere commenti o pareri polemici su ciò che apparentemente non funziona li avrei potuti investire nel cercare il “bello”. Il “bello” in senso filosofico: ciò che dà valore, che risplende di luce propria e che alimenta positivamente le cose che gli stanno attorno.
Mi sono convinto che stare continuamente sulla difensiva non aiuta a risolvere le innumerevoli questioni aperte. Fortunatamente ho conosciuto e sto conoscendo sempre più persone che vogliono smettere di lamentarsi e sono pronte a rimettersi in gioco e in discussione. Pronte, quindi, a cercare anche loro questo “bello” ideale.

Sono anche pronte a raccontare il loro “aha moment” e a condividerle con noi che siamo convinti che il nostro Cantone sia pronto a rilanciarsi e ad affrontare tutte le sfide che lo attendono a testa alta.

Questo nostro forte senso di appartenenza credo debba essere un propulsore di positività, di atteggiamenti vincenti che ci facciano dimenticare questi incerti e brutti — anzi bruttissimi — anni di smarrimento. Le storie che siamo pronti a raccontare sono una testimonianza di ciò che sta per accadere. Perché il “bello” deve ancora arrivare, ma noi possiamo darci una mossa per andare a cercarlo.