La non-sharing economy ticinese

Sarà, ma a noi, e a me in particolare, sembra che manchi ancora qualcosa per riuscire a completare il complesso mosaico delle premesse per il rilancio di questo Cantone. Non che dica chissà che cosa di nuovo, ma credo che valga la pena ripeterlo. E lo farò (non ad ogni editoriale; questo ve lo risparmio) ancora e ancora.

Manca la voglia di dare spazio agli altri, di mettere a disposizione le proprie conoscenze e di sentirsi liberi di attingerne ad altre, manca una rete spontanea di condivisioni che permetta a chiunque di poter entrare a far parte di un sistema di scambi che crei un circuito virtuoso, sia di relazioni e sia di competenze e manca proprio la voglia di dedicare del tempo a progetti non immediatamente remunerati. Sì, ok, esiste il volontariato. Ma rientra in un altro ambito di interessi e, senza offesa per nessuno (lo posso dire perché ho fatto il volontario in Croce Verde per 7 anni), l’unico che si arricchisce è chi si presta, non chi riceve. Va bene, ci sono le associazioni. Scopi più o meno nobili, ma va sempre a finire in un modo solo: il comitato e pochi altri si dan da fare come pazzi e poi gli altri che sperano di ricavarci sempre qualcosa (alla peggio la cena dell’assemblea in un qualche posto “figo”).
E infine, qualcuno ribadirà che non è vero, che già lo facciamo magari chiacchierando durante l’apero al bar dopo il lavoro o in azienda durante (e a volte anche prima e dopo) la pausa caffè. Tutto vero, ma, insomma, non è questo il senso!

Con condividere, cioè lo sharing, intendo proprio dare e ricevere delle competenze “concrete”.
Porto un esempio, così mi faccio capire (almeno spero): se io conosco un linguaggio di programmazione o un framework di sviluppo e so che un altro dev potrebbe beneficiarne, perché non incontrarlo e proporgli una session per dargli qualche rudimento? Se lui, a sua volta, ne conosce un altro, magari potrebbe spiegarmelo e quindi io potrei essere ripagato del mio tempo nello stesso modo. Semplice, ovvio e basilare.

Eh no. Da noi non funziona così: se vuoi imparare qualcosa paghi! E paghi anche tanto. Poi se per insegnarmelo arriva un guru che si limita a ripetere cose trite e ritrite ancora meglio, perché in questo modo posso vantare sul mio profilo LinkedIn che ho fatto il corso con il Pinco Pallo della situazione. Pagandolo. Ma che cosa ho imparato? Che cosa veramente potrò applicare di ciò che mi è stato detto e che, forse, non potevo andare a trovare su Google?

Negli USA già da tempo si pratica la sharing economy: il baratto delle competenze e dei benefit concreti. Sarà forse stata la crisi, ma il fatto è che da loro ha innestato una dinamica da secoli dimenticata, ma che ha avvantaggiato le persone con pochi mezzi e con scarse risorse. Non a caso il “free” o anche il “freemium” è oramai un must nei paesi anglosassoni. Freemium perché, come è giusto che sia, nessuno dà nulla per nulla. Free, anche. Perché, se proprio vogliamo, un modo o nell’altro nessuno ci rimette (pubblicità? data mining sui profili? like su Facebook?) anche se si dà qualcosa gratis.

Insomma, a parte qualche sporadico caso (i nostri amici di Frontenders Ticino sono un esempio, ma ce ne sono fortunatamente anche altri), si continua a coltivare il proprio orticello. Si rubano i clienti (sempre gli stessi poi) gli uni tra gli altri e si resta sempre lì dove si era prima. Un po’ come quando si corre su un tapis roulant…

Credo che urga un cambiamento di mentalità e che si accetti che è giunto il momento di ragionare con dinamiche di gruppo, di entrare pienamente nell’ottica di una vera e propria sharing economy ticinese. Facendo team dove serve per grossi progetti o mandati e delegando quando si tratta di lavori che richiedono competenze specifiche nel caso ci sia qualcuno più bravo di noi, anche se, sì, potremmo cavarcela, ma forse costui li potrebbe sicuramente fare meglio, facendo contenti tutti (e magari facendosi pagare tutti anche di più).