Impresa e innovazione. A che punto siamo?

Siamo in un periodo elettorale. Mai come in questa tornata il tema centrale è stato il mercato del lavoro e le problematiche ad esso connesse. E quando si parla di lavoro non si può fare a meno di pensare a chi lo offre, ovvero le imprese.

Abbiamo promesso che non avremmo trattato argomenti inerenti la politica e, pur facendo un grande sforzo, resteremo coerenti. Tuttavia, è difficile non tenere presenti le svariate proposte che i vari candidati al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio hanno lanciato: alcune avrebbero anche senso, altre meno.
Tra le prime la volontà di rafforzare il contesto nelle quali operano le aziende, e quindi in prospettiva migliorare le condizioni d’impiego, sostenendo più o meno con un certo entusiasmo alcune iniziative già in corso d’attuazione come la nLInn, la Legge sul turismo, quella sull’apertura dei negozi o la rivista legge sulla disoccupazione. Le altre, ahinoi, porteranno più problemi che soluzioni: creare un label per le aziende virtuose, vincolare tramite contratto collettivo l’estensione degli orari commerciali o imporre un salario minimo settoriale, se attuati così come proposti, saranno l’ennesimo pasticciaccio cantonticinese che farà la fortuna dei — per fortuna pochi — furbi e complicherà la vita dei molti che operano con dedizione e attenzione alla responsabilità sociale.

Sarà importante puntare su ciò che può avere un impatto positivo e reale e lasciar svanire nell’oblio del post-mortem elettorale ciò che si potrebbe rivelare dannoso. È importante, anche perché non siamo solo noi gli unici artefici del nostro destino.

Johann Schneider-Ammann ha chiaramente fatto intendere che il Ticino è sacrificabile sull’altare della competitività, la quale mai come in questi ultimi anni è stata in grado di mantenersi, anzi addirittura rafforzarsi, nel contesto internazionale. Se la Svizzera è la prima della classe un motivo ci sarà e non è un caso, ma è frutto di una serie di scelte, di orientamenti e di soluzioni che si sono rivelate premianti. Come ticinesi dobbiamo ricordarci che, sebbene ci sia il Gottardo di mezzo (ancora per qualche mese, poi partirà AlpTransit), di questa realtà ne facciamo parte anche noi. E proprio perché il Consiglio Federale (ma anche le Camere non sembrano intenzionate a cambiare rotta) ha ormai tracciato il nostro destino, è inutile voler essere un continuo Sonderfall nel contesto nazionale. Piuttosto se ne prenda atto e si inizi a elaborare una strategia che contempli un futuro meno di “rivendicazione”, di “vittimismo” e di “ticino-centrismo”.

Fra qualche mese Zurigo si raggiungerà in circa 110 minuti da Lugano, ovvero meno di 2 ore. Cambierà il concetto di mobilità e le opportunità saranno lì, pronte ad essere colte — naturalmente se eviteremo di concepirle come minacce.
È giunto il momento di promuoverci nella Svizzera interna giocandoci i nostri asset migliori. Non solo: dobbiamo assolutamente iniziare a corteggiare qualche talento a Nord delle Alpi, magari fresco di Politecnico o di qualche specializzazione utile ai nostri settori di punta. Il fatto stesso che i giovani ticinesi non rientrino dopo gli studi è sinonimo di una scarsa comunicazione delle prospettive lavorative che comunque da noi esistono. Si continua a sostenere che mancano certi profili, eppure li avremmo pronti e fra qualche mese addirittura a meno di un paio d’ore di treno dal posto di lavoro, o se non altro da un possibile colloquio d’assunzione. Se poi decideranno di trasferirsi è tutto quanto di guadagnato.

Indipendentemente dall’esito elettorale oggi siamo ad un punto di svolta: le condizioni quadro sono pronte per il rilancio economico del nostro Cantone e le incertezze — che comunque vada non svaniranno — solo noi possiamo farle divenire delle grosse opportunità.
Questi 3 mesi primaverili serviranno a delineare una strategia che darà una nuova forma all’impresa e all’innovazione ticinesi… Sempre che chi sederà nella stanza dei bottoni per i prossimi 4 anni non decida di boicottare anche ciò che di buono è stato fatto finora!