Fare impresa è una scelta irrazionale?

Vi racconto una storia, tratta da “Anekdote zur Senkung der Arbeitsmoral” di Heinrich Böll.

Di prima mattina un turista tedesco in vacanza sulle spiagge portoghesi intravvede un tizio un po’ malandato appisolato su di una barca. Incuriosito dal fatto che l’uomo se ne stava a far la pennichella decide di avvicinarlo e di fargli alcuni scatti con la macchina fotografica.
A quel punto l’uomo si risveglia e, un po’ indispettito dai “click”, decide di accendersi una sigaretta. Prontamente il turista gli allunga l’accendino, pronto a intavolare una conversazione in una lingua straniera, che un po’ conosce.
“Oggi è una bella giornata per pescare.”
L’uomo, ancora un po’ frastornato, annuisce.
“Non va al largo?”
Nessuna risposta, solo un movimento di diniego col capo.
“Non si sente bene?”
A quel punto il pescatore scatta in piedi e risponde: “Sto benissimo, mai stato meglio!”
Il turista, un po’ stupito e incuriosito dalla risposta, insiste: “Ma allora perché non esce?”
“Perché sono già uscito stamane!”
“E ha fatto una buona pesca? È soddisfatto?”
“Sono talmente soddisfatto che oggi ho preso addirittura quattro aragoste e un paio di dozzine di sgombri… Mi bastano per oggi e fino a dopodomani!”
Spiazzato e non del tutto convinto della risposta, il turista allunga una sigaretta per non far cadere la conversazione. E si fa ancora avanti: “Non per farmi gli affari suoi, ma se oggi uscisse ancora potrebbe pescare ancora bene. Magari tre o quattro volte… Sa? Potrebbe addirittura prendere dieci dozzine di sgombri. Si immagini!”
Il pescatore dissente leggermente col capo.
“Provi ad immaginare”, incalza il turista, “non solo oggi, ma domani e anche dopo. Se tutti i giorni uscisse tre o quattro volte, o più volte… Sa cosa accadrebbe?”
L’uomo scuote il capo.
“Accadrebbe che al più tardi, entro un anno forse, potrebbe comprarsi una barca a motore. In due anni una seconda imbarcazione. In tre, o magari quattro anni, addirittura un piccolo peschereccio. E con questi mezzi potrebbe sicuramente prendere di più…” L’entusiasmo del tedesco esplode: “potrebbe costruire una pescheria, poi un affumicatoio, magari in seguito una fabbrica. Potrebbe anche sorvolare i banchi di aragoste e poi usare lo strascico per prenderle. Potrebbe anche aprire un ristorante o addirittura scavalcare i grossisti per esportare direttamente le aragoste a Parigi. E poi…”
Il turista si blocca alla ricerca di un’espressione in una lingua non sua.
“E poi…”, ma non ci riesce.
Il pescatore, per rassicurarlo e per incoraggiarlo a terminare gli pone la mano sulla spalla: “E poi?”
“… E poi potrebbe andarsene tranquillamente in pensione. Andare al molo e sonnecchiare tranquillamente guardando il mare!”, esclama spossato il turista.
“Ma questo io lo faccio già”, gli risponde il pescatore, “sono già al molo e sonnecchio tranquillamente guardando il mare. Solo i suoi click mi hanno disturbato!”
In quel momento il turista si ritira pensieroso. Fino ad allora ha sempre pensato di dover lavorare per, un giorno, meritarsi di non doverlo fare più.
E allontanandosi, ogni senso di compassione per il pescatore svanisce, lasciando il posto solo a un po’ d’invidia
.

Questa storia mi accompagna dal liceo. La lessi la prima volta durante la lezione di tedesco e mi ha sempre fatto pensare al significato dei concetti “dovere” e “impegno”. Non solo: anche al fatto del perché ci si deve impegnare per realizzare dei progetti o perché darsi da fare per fare carriera.

Fino a qualche tempo fa, per giustificare la non-ovvietà — così come emerge dalla storia — del fare più del necessario, ovvero il fatto che siamo tutti obbligati in un qualche modo a impegnarci invece di starcene buoni e tranquilli e quindi a fare il minimo indispensabile che ci serve per vivere, come parrebbe più logico, ho sempre dato la colpa alla società e al contesto nel quale cresciamo e viviamo. Una realtà che ci obbliga a percorrere, senza pensarci, la strada in salita così come l’ha descritta il turista. E che in tal senso, visto che non ci sono alternative, siamo costretti a impegnarci e a cercare di fare meglio degli altri, con tutte le frustrazioni e gli ostacoli che ciò comporta, per poi finalmente meritarci la beata quiescenza.

Tuttavia questa giustificazione non mi ha mai soddisfatto, perché credo che non sia proprio così semplice e banale.

Finalmente ho trovato una risposta più ragionata. E questo nemmeno molto tempo fa. Infatti, preparando le varie versioni per il mio speech al TEDx, ho riscoperto la piramide dei bisogni di Maslow e mi sono ricordato che siamo esseri guidati da diversi bisogni stratificati che in qualche modo cerchiamo di soddisfare. E in tal senso, è un bisogno quello di fare di più: una necessità che culmina al vertice con la realizzazione di sé stessi e l’abilità di sviluppare il proprio potenziale interiore. E rientra in un bisogno il fatto di sapere di aver fatto qualcosa di utile ogni giorno, magari non solo per sé stessi, ma a volte anche per gli altri.

Non credo si possa spiegare così semplicisticamente il nostro “bisogno di fare di più”. Ogni individuo è un caso a sé e non credo esista una formula o una teoria generalizzata.
Questo perché nel momento stesso in cui ci si pone la domanda: “ma perché lo sto facendo? Perché impegnarsi così tanto?” subentra un meccanismo ancestrale, primitivo che è in ognuno di noi. Darwin lo chiamerebbe “istinto di conservazione”, mentre qualche economista direbbe che si parla di “minimo sforzo, massimo rendimento”. È questo minimo sforzo, che per gli imprenditori non è proprio tale e che a mio parere risulta frutto dell’irrazionale bisogno di salire in alto nella piramide di Maslow. Perché a pensarci bene, fare il minimo e “godersela” ogni giorno è più facile e decisamente più comodo che darsi da fare per poi arrivare al medesimo, apparente, risultato.

Eh già! Perché leggendo il racconto di Böll anche noi proviamo un senso di invidia per il pescatore, ma poi, riflettendoci un po’, ci rendiamo conto che c’è ben altro. L’apparente irrazionalità di chi si sforza per poi ritrovarsi al punto di partenza è la vera chiave di lettura. Il pescatore è il sogno irrealizzabile, il simbolo dell’egoismo più estremo! In un modo o nell’altro, per fare in modo che egli possa starsene a dormire sulla barca senza pensieri, qualcuno quella barca deve avergliela costruita. La rete con la quale egli pesca, anche se piccola e limitata a poche aragoste, qualcuno deve averla tessuta. E alla sera, un tetto sotto il quale dormire l’ha bisogno: e anche in questo caso qualcuno deve essersi dato da fare per costruirglielo. E se dovesse ammalarsi? Come potrebbe guarire senza medicine o un medico che lo curi?

Fare impresa è per molti imprenditori una scelta, forse non del tutto razionale. È una scelta tra vivere alle spalle di qualcuno, convinto di aver già meritato l’ozio e la tranquillità anche se ciò non è del tutto vero, e tra il darsi da fare per conquistarsi non solo il diritto di non fare più nulla dopo una vita di fatiche e di impegni, ma anche soddisfare il bisogno di realizzarsi e di sapere di aver sviluppato il proprio potenziale al meglio delle proprie capacità. Fare più del necessario, anche se sembra che non serva a nulla, è un compromesso per far vivere bene tutti, anche chi non ha voglia di impegnarsi.

Il vero eroe della storia è il turista, non il pescatore fannullone.

pescatore

PS.: l’immagine del pescatore non ha nulla a che fare con il racconto. È liberamente tratta da Panoramio per dare contesto all’articolo e non vi fa alcun riferimento.