Mondo accademico, imprese e politica devono dialogare

Non poteva che scatenare polemiche la ricerca condotta dall’Istituto di Ricerche Economiche dell’Università della Svizzera italiana e le sue conclusioni sull’impatto che la libera circolazione della persone ha avuto sul nostro territorio.
Si possono investire fiumi d’inchiostro sui contenuti, sulla metodologia e anche sulle conclusioni, sia a favore e sia contro. Chi fa ricerca sa benissimo che i dati e il lavoro che viene svolto su di essi può portare, a dipendenza del metodo, anche a risultati diametralmente opposti. La scelta di un metodo è spesso dettata dalle preferenze (o come si usa dire da “scuole di pensiero”) dei ricercatori: improbabile dunque che esista una assoluta oggettività nell’elaborazione dello studio. Questo fenomeno, che tutta la ricerca accademica tiene in considerazione, si chiama “biasing”. Ecco perché spesso si effettuano, sui medesimi dati, più ricerche, con strumenti e metodi differenti, in modo da individuare, messi insieme più risultati, una sorta di conclusione mediata che possa abbracciare e appianare le divergenze. Chi fa ricerca, soprattutto nelle scienze naturali, lo sa sin dal primo anno di università e convive con il fatto che passerà la sua vita a confermare, verificare, contraddire e confutare risultati.

In Ticino non siamo bravi a comunicare, e basta poco per scatenare un finimondo. Non dico che condivido le conclusioni dell’IRE, men che meno la poco elegante presa di posizione di Maggi, ma non posso dire che il lavoro non sia stato svolto correttamente. Per cui, per questo studio e con il metodo scelto, il risultato è valido ed è quello che ormai tutti conosciamo, ovvero che “non è provato che esista un fenomeno di sostituzione sistematico della manodopera indigena con quella frontaliera”, ma anche che le imprese preferiscono scegliere i frontalieri perché i loro profili sono più allineati con le necessità delle imprese. Fondamentalmente significa che il Ticino e i suoi residenti non sono abbastanza “bravi” e “competitivi” (che in economia vuol dire, semplicisticamente, pari qualità a costi diversi; chiaramente è più competitivo chi costa meno).

Il DFE, — e il tempismo è simpaticamente sospetto —, ha presentato un secondo studio, svolto da Baranzini et al. (dunque da un ex professore USI). Giunge, indirettamente, alla medesima conclusione, ovvero che in Ticino le imprese preferiscono scegliere i frontalieri perché i loro profili sono più allineati con le necessità delle imprese. Cambia il motivo: qui il fulcro è incentrato sul costo e si ammette che ciò influisce, e non poco, sulla sostituzione della manodopera indigena. Ma anche qui resta un punto fermo, ovvero che forse, al momento, non siamo nemmeno così “competitivi” (idem, come sopra).

La costante è che le nuove imprese preferiscono guardare fuori dal territorio per cercare le imprese, i talenti e/o i collaboratori. E questo è l’aspetto più grave che a quasi tutti è sfuggito.
In pratica, significa che il grosso lavoro compiuto in oltre 30 anni per recuperare il gap strutturale con il resto del Paese oggi è minacciato dal fatto che tutto l’impianto e l’infrastruttura non riescono a “produrre” cervelli così interessanti e “competitivi” da poter essere spendibili sul mercato del lavoro ticinese. Cioè, detto in altre parole, chi investe sulla formazione in Ticino pare non abbia molte chance di riuscire a mettere a frutto gli anni passati sui libri. Visto ancora da un’altra prospettiva: ciò che studiamo non serve ad aiutarci a trovare un lavoro qui (ma in Svizzera interna sì… ). Vuole anche dire che non sappiamo fare gli imprenditori, nonostante il 90% del nostro tessuto economico sia fatto da micro e piccole-medie imprese.

Dunque cosa non funziona? Se gli stipendi sono “ok” e abbiamo imprese in grado di reggere sui mercati, perché la disoccupazione ILO aumenta e c’è sempre più malumore?
SUPSI e USI sono due eccellenze sul nostro territorio. Per non parlare di centri di ricerca di primissimo piano come il Cardiocentro, l’IRB e il Centro di calcolo scientifico. Ci sono già imprese eccezionali che competono a livello mondiale e che hanno la loro sede qui, in Ticino.
Il Cantone sta sforzandosi di mettere in rete il più possibile queste realtà per cercare di creare una costellazione che possa avvantaggiare tutte le parti, — soprattutto, mi auguro — per avere un concreto impatto positivo sul territorio e i suoi residenti.

Ma qualcosa pare non stia ancora funzionando e il meccanismo, nonostante le buone intenzioni, ancora non sta dando i suoi frutti.
Ipotizzo alcune possibili cause.

Innanzitutto credo che il “ticinese” non sia ancora del tutto in chiaro che ormai viviamo in un mondo globalizzato. Cresciamo (e io sono il primo ad ammetterlo) con in testa che “nasciamo, viviamo e moriamo in Ticino”, cioè che tutto ruota attorno al nostro cuneo di terra tra Gottardo, Mesolcina, Lombardia e Piemonte. Dopo le guerre siamo diventati un popolo di sedentari perché la fortuna è venuta a bussare alle nostre frontiere… Erano gli altri a venire da noi e non noi a doverli cercare. Questo ci ha un po’ rimbambiti e forse resi meno “affamati”. L’ho detto più volte: chi ha più fame, ha anche più voglia. Chi ha più voglia coglie per primo le opportunità! Bisogna arrendersi al fatto che, finché l’Italia non si riprende, saremo chiamati a competere contro il frontaliere. Che piaccia, o no.

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Esiste poi ancora una sorta di vita “d’immagine”: andare al liceo è visto come un segno di forza rispetto allo scegliere un apprendistato. Eppure, se oggi dovessi tornare indietro all’epoca in cui frequentavo le medie con tutti i miei livelli 1, inglese e scienze A (esisteranno ancora?), forse avrei fatto meglio a fare l’apprendistato in meccanica e poi, con calma, agguantare le opportunità del sistema duale (maturità e SUPSI). Oggi avrei un profilo “spendibile” e altamente ricercato nell’industria, che “ha fame” di persone che sappiamo fare, con un bel CCL e potenziali di stipendio che nel terziario si sognano. In Svizzera interna l’hanno capito da un pezzo e oggi gode di maggior stima l’elettricista rispetto all’impiegato di banca.

Anche la politica non è esente da pecche… Si è forse un po’ troppo distratti dal pensiero che la crescita economica derivi unicamente dall’import di imprese ad alto valore aggiunto, ma ci si dimentica che, appunto, il 90% del nostro tessuto economico è fatto da micro-imprese, di 2-3 persone al massimo. Le famose PMI, che non sono più d’attualità da qualche anno, sono ancora la spina dorsale della nostra ricchezza e del nostro benessere. Schiacciati da un costo della vita altissimo e da una concorrenza aggressiva, sono queste le realtà che soffrono maggiormente. In parte perché non hanno gli strumenti e i mezzi per rinnovarsi, in parte perché i discendenti preferiscono altre carriere e questo non garantisce una successione e una continuità, con tutto ciò che comporta. Avere paura di perdere le certezze stimola l’ingegno e la capacità d’innovare.

Infine, continuo a percepire una forte incapacità a voler collaborare. È un po’ una costante alle nostre latitudini, dove il motto preferito è ancora “chi fa per sé, fa per tre” a discapito di un più lungimirante “l’unione fa la forza”. Tanto per fare un esempio: ci sono oltre 250 aziende e freelance catalogati (senza contare gli improvvisati e chi opera da oltre frontiera) nel settore della comunicazione. In pratica un’agenzia di comunicazione ogni 1000 abitanti. Mi è stato detto che è ancora peggio nel settore informatico, dove addirittura ci sarebbe un’azienda informatica ogni 300 abitanti. Tutti, in pratica, a spartirsi la stessa torta (il Ticino) e lottare per averne un pezzo (rubandosi clienti l’un l’altro), invece di unirsi e cercare di fare volume e forza per accedere ad altri mercati più interessanti e con maggiori opportunità. Una micro impresa non potrà mai veramente beneficiare di un centro di ricerca, viceversa una SUPSI (o una USI) non troverà mai significativa la realtà di un’azienda fatta da 2 o 3 collaboratori. E questo è un problema, perché, di fatto, il mondo accademico per ovvie ragioni interagisce preferibilmente solo con “i grandi”, mentre le micro-imprese si ritrovano ad arrancare sperando in tempi migliori e vivendo alla giornata (che, come sappiamo, non è proprio la migliore delle strategie…).

Il tavolo di dialogo proposto da Vitta è una buona idea. Ma, credo, non risolutiva: le risposte che giungeranno divergeranno di poco da quelle già note, se al tavolo saranno seduti i soliti noti (associazioni di categoria, sindacati, accademici, Cantone). In tal senso non credo sia un esercizio molto “innovativo”.

Quello che invece andrebbe fatto è un forum aperto, un punto di incontro virtuale, dove permettere a tutti gli interessati di poter esprimere le loro percezioni liberamente (nel limite della decenza, ovviamente). Si potrebbero ancorare alcuni punti “fissi” sui temi, in modo da non incentivare le solite derive da “muro del pianto” in salsa cantonticinese, e poi via, a raccogliere considerazioni, opinioni e commenti. Questi andrebbero a comporre una costellazione di pareri che darebbe al mondo accademico, alle imprese (piccole, medie e grandi) e alla politica gli spunti necessari per poter capire e comprendere, dinamicamente, in che direzione si muove il nostro cantone.

Solo così, e non con studi che guardano al passato (non esistono ricerche che si fondano su ciò che sarà, ma solo su ciò che è stato!), si potrà finalmente iniziare a gettare le basi per un approfondimento serio, ragionato e condiviso su ciò che dovrà essere il Ticino di oggi e di domani.

Immagine: Alcuni libri della nostra biblioteca casalinga