NYC-CUN-MIA – 12 novembre

Dopo moltissimi anni in cui non ci concedevamo delle vere vacanze (le ultime risalivano forse al viaggio di nozze), abbiamo voluto regalarcene una indimenticabile, possibilmente al caldo (dato che il periodo dei giorni di vacanza cadeva a novembre), a ridosso del mare e nei limiti di un budget ragionevole. Scartate le mete più distanti in termini di ore di volo (ovvero Polinesia, Australia, Tailandia, Hawaii, etc.), le due aree del mondo che offrivano queste condizioni erano l’Oceano indiano (Maldive e Seychelles) o i Caraibi.

La scelta è caduta su queste ultime e nello specifico il Messico, per un villaggio a Playa del Carmen. La combinazione di voli ci permetteva di fare tappa a New York all’andata, luogo in cui Barbara non era mai stata e che sin da piccola sognava di visitare. Io invece ci ero già stato diversi anni fa ed ero entusiasta di farle da guida nella città “che non dorme mai”. Per il ritorno si è pure presentata l’occasione di fermarsi 24 ore a Miami, rendendo il tutto ancora più interessante e avvincente!
Sulla carta era tutto perfetto, ma in pratica c’erano due piccole stonature: i 4 voli di linea e il fatto che nelle valigie e nei bagagli dovevamo far stare sia i vestiti invernali sia quelli estivi…
Con molta pazienza e una buona dose di inventiva siamo riusciti a sistemare tutto e, addirittura, avanzare dello spazio qualora avessimo fatto un po’ di — molto probabile — shopping.

Così, il 12 novembre 2017 alle 10:00, eravamo sul volo MXP-JFK pronti per il decollo e pronti a iniziare la nostra vacanza in America.

Siamo atterrati (dopo 9 ore e 30 minuti di volo) al John Fitzgerald Kennedy Airport verso le 13.30 ora locale (o 1:30PM com’è d’uso da quelle parti). Dopo la chiamata di rito a casa per dire che eravamo arrivati sani e salvi, ci siamo indirizzati verso i taxi in attesa. Subito però siamo stati accerchiati da sedicenti Uber driver, che tutto avevano fuorché la parvenza di essere legittimi e/o onesti e/o convenienti. Abbiamo optato per il classico cab giallo, che in poco meno di 2 ore (causa traffico) ci ha portati fino al nostro albergo (The Belvedere Hotel, 319 West 48th Street) a due blocchi di distanza da Times Square. Inutile dire che lungo il tragitto non si può restare indifferenti allo skyline di New York. Per qualcuno che ci capita per la prima volta dev’essere veramente emozionante. I tassisti si accorgono subito se qualcuno è “nuovo” della zona e, cosa molto apprezzata, non si fanno problemi a raccontare un po’ di aneddoti e a fornire qualche dritta sui luoghi dai quali si transita.

Avendo solo poco più di 72 ore prima del prossimo volo, Barbara prima di partire mi aveva dato il compito di allestire un programma di visita completo: desiderava infatti riuscire a vedere più highlight possibili. Secondo lei avevo preso la cosa un po’ troppo sul serio, perché a suo dire quello che le avevo presentato sembrava un programma d’allenamento per una maratona: salvo per un paio di spostamenti, i percorsi prevedevano di girare la città quasi esclusivamente a piedi, da Lower Manhattan fino a Upper East Side!

Attorno alle 4.00PM ci siamo incamminati verso Times Square per prendere la metro (o subway) e raggiungere la prima, imperdibile, tappa del nostro soggiorno nella Grande Mela: l’Empire State Building. Essendo quasi al tramonto, le luci e i video di quello che certamente è uno dei luoghi più celebri dell’emisfero occidentale sembravano essere ancora più travolgenti di come ci si immagina o si ricorda. Sempre ci si sente per un attimo protagonisti di un film, disorientati ed euforici, circondati da migliaia di persone presenti in poche centinaia di metri quadrati (è piccola, praticamente un’isola pedonale tra Broadway e la 7th Avenue). Tra queste, chi è indifferente, perché ormai ci passa ogni giorno e chi, con lo sguardo rivolto verso l’alto, è catturato dall’incessante caos di fotogrammi che si susseguono continuamente e dai palazzi che a prima vista fungono solo da sfondo, ma senza i quali Times Square non sarebbe ciò che è.

L’accesso alla metropolitana si trova poco più a Nord (49th Street Station): è l’unica stazione in zona che ha anche un inserviente per poter acquistare la MetroCard senza dover usare la carta di credito e per avere qualche indicazione (perché anche la mia memoria ogni tanto fa cilecca). Presa e caricata con $10 la tessera (ne basta una: passa uno e poi la consegna all’altro) superiamo a turni i cancelli girevoli per raggiungere il marciapiede che va verso Downtown. Un paio di fermate e scendiamo a 34 St-Herald Square, all’angolo tra 6th Ave e W34 St, a un centinaio di metri circa dalla 5th Ave sulla quale si affaccia l’Empire.

Qualsiasi luogo turistico di New York è a pagamento (e decisamente a prezzi che noi europei facilmente definiremmo da “furto”). In tal senso ci eravamo chiesti se valeva la pena dotarsi dei tanto decantati “city pass” per risparmiare un poco e per superare eventuali interminabili code agli ingressi. Tuttavia, per pochi giorni e con solo poche visite previste non ci sembrava così pratico, e nemmeno molto conveniente. Abbiamo perciò deciso di farne a meno e di azzardare, mettendo in conto che a ogni tappa ci sarebbero stati chiesti come minimo 50-60 dollari a testa. Se per le entrate non c’era molto da fare, è andata invece molto bene per i tempi di attesa: forse perché eravamo a novembre, forse perché eravamo fortunati con gli orari, di lunghe e interminabili attese non ne abbiamo mai dovute subire. Non solo: anche le ormai immancabili ispezioni e i controlli ci sono sembrati molto meno estenuanti di quello che immaginavamo.

E così, fatta la gimcana tra i cordoni di sicurezza del primo piano per comprare il ticket, fatta la foto ricordo (imposta) e raggiunti gli ascensori, eccoci salire fino all’80esimo piano (da soli!). Tappa obbligatoria (anche perché all’epoca della costruzione nessun ascensore poteva andare più in alto) per passare dalla mostra permanente e per proseguire con un altro ascensore fino all’Observatory Deck situato all’86esimo piano. Erano le 5:20PM: il sole era tramontato quando ancora eravamo a Times Square, a 320 metri di altezza dal suolo, con un vento gelido che non perdonava e in compagnia di altre centinaia di persone, ognuna con il proprio cellulare pronta a immortalare qualsiasi angolo illuminato di New York, a farsi selfie o a cercare disperatamente qualcuno che facesse uno scatto per una foto di coppia o di famiglia. All’86esimo si poteva stare all’esterno per quel tanto che serviva. Poi siamo rientrati, tornati all’80esimo da una rampa di scale ed evitato elegantemente sia l’immancabile gift shop sia lo spazio per acquistare lo scatto fatto all’inizio della visita. Il primo highlight era stato visitato.

Fuori, sulla celebre 5a strada (anche se si chiama 5th Avenue…), decidiamo di proseguire a piedi verso Nord. Eravamo stanchi e anche un po’ affamati, ma sapevamo che camminare era anche l’unica modalità che ci avrebbe permesso di vedere quanto più nel minor tempo possibile. La 5a è la via dello shopping per antonomasia, però, forse dovuto anche il fuso orario, non ci sembrava che i negozi fossero aperti. Poco male: anche solo guardare le vetrine dava un senso di appagamento.

Così ci siamo incamminati. Una sbirciatina al NYC Road Runners Shop dopo la 35esima (376 5th Ave) per la mia gioia, una indimenticabile sosta davanti a Lord&Taylor (tra la 38a e la 39a) e le sue decorazioni in piena atmosfera natalizia e un rapido passaggio davanti alla New York Public Library e Bryant Park (42nd St) ci portano fino alla 48esima. A New York è facile farsi distrarre quando si percorrono diversi chilometri circondati dai negozi dei brand più famosi, ma è anche difficile rimanere disorientati se si ricordano alcuni punti di riferimento basati sui numeri delle varie street e avenue. Pochi passi ancora ed eccoci al Rockefeller Center. La pista di pattinaggio era già stata predisposta, ma il celebre albero era ancora in allestimento e circondato dalle impalcature. Nei due giorni successivi saremmo ripassati numerose volte, pienamente consapevoli che le decorazioni e il famoso benvenuto alle festività che caratterizza la città li avremmo vissuti in differita al nostro rientro, tramite la televisione e solo per qualche secondo.

A casa, in Svizzera, era da poco passata mezzanotte e noi Oltreoceano non avevamo ancora né mangiato né bevuto.
Il primo pasto quando si arriva negli Stati Uniti, soprattutto quando non si ha voglia di cercare cibo sofisticato (o non si ha voglia di cercarlo e basta), lo si deve fare da McDonald’s (o dai suoi cugini Burger King, KFC, Wendy’s e Friday’s). Uno si trova in Times Square, ed è forse il più scontato, ma al contempo il più frequentato e frenetico posto al mondo nel quale mangiarsi un hamburger. Noi ce lo siamo goduto, comprese le patatine e la Coke Zero da un litro a testa, come milioni di turisti hanno fatto prima di noi e come altrettanti faranno dopo. Alle 7:00PM eravamo nella nostra stanza d’albergo al 15º piano.

Fatta una doccia, scopriamo che l’asciugacapelli da 2000W portato da casa (sì, Barbara se lo porta sempre in viaggio con sé… Meglio non chiedere!) non si accendeva, o meglio, aveva fatto scattare la valvola di sicurezza. La differenza di corrente (110V vs. 220V) giustamente ha una diretta correlazione sulla potenza: 2000W per forza di cose necessitano di un convertitore di tensione, altrimenti o salta o non funziona. Ma non era tempo per pensarci troppo. Alle 7:15PM, probabilmente, stavamo già dormendo.