NYC-CUN-MIA – 13 novembre (mattina)

Un cambio repentino di fuso orario tocca tutti, anche coloro i quali fanno i brillanti e dicono di non subirne gli effetti. Tant’è che alle 4:00AM eravamo già svegli, occhi sbarrati e pronti per la prima dose di caffè (rigorosamente in stile americano, cioè lungo) gentilmente offerto dall’hotel, da bere prima di varcare la porta della stanza. A New York avevamo rinunciato alla colazione e ai pasti, consapevoli che girando tutto il giorno non ne avremmo mai approfittato. Però il caffè appena svegli è una necessità fisiologica per entrambi. Se nella camera dovesse mancare una caffettiera (o un bollitore), non ci faremmo cogliere impreparati: infatti, ci porteremmo dietro la nostra!

Una nota per chi non è solito a bere il caffè, o non in grandi quantità: è estremamente diuretico, cioè ci si deve sempre ricordare che immancabilmente si avrà un forte stimolo entro 30-40 minuti al massimo dal primo sorso. Se capita in prossimità di un bagno (e si ha la possibilità di usufruirne) è un problema relativo. Ma a New York, dove di bagni pubblici ce ne sono pochissimi, o comunque non sempre nelle vicinanze, diventa un problema enorme e non vi sono alternative: bisogna affidarsi a Starbucks e simili (dove ovviamente si finisce per prendere dell’altro caffè, sempre americano e lungo, perché qualcosa lo si deve pur prendere senza spendere uno sproposito…). In pratica: le due mattine trascorse sono state segnate da questa decisamente poco simpatica costante fisiologica.

Torniamo a noi. Alle 5:00AM eravamo gli unici due (a parte qualche operaio dei servizi urbani e qualche poliziotto) a calcare il marciapiede di Times Square. Per essere la città che “non dorme mai” l’atmosfera era decisamente surreale, ma tutto sommato anche molto piacevole.
Decidiamo di far colazione nell’unico Starbucks aperto. Mentre ci gustiamo un decisamente troppo dolce gingerbread, s’iniziano a vedere i primi newyorkesi incamminarsi verso la metro. Anche noi, da lì a poco, avremmo fatto lo stesso per iniziare il secondo giorno di visita: destinazione Lower Manhattan per poi proseguire in traghetto fino alla statua della libertà.

Nella subway si verifica un disguido: passo io e consegno la MetroCard a Barbara, che però risulta esaurita lasciandola fuori dal cancello. In teoria la carica doveva bastare per almeno 4 tratte. 2 del giorno prima e 2 ancora per raggiungere Battery Park. Per non esaurirla bisognava strisciarla con una tecnica particolare: né troppo veloce, né troppo lenta. L’ha aiutata un tizio che sicuramente stava andando al lavoro a Wall Street: l’aiuta a ricaricarla e a strisciarla nel modo giusto, permettendole di passare la barriera. Prendiamo la metro in direzione Sud.

Durante il tragitto il mio cellulare si era scaricato completamente. Stavo cercando di prenotare il primo traghetto per arrivare a Liberty Island con tanto di carta di credito già inserita. A parte la mancata conferma di pagamento, avere a disposizione un secondo cellulare era sicuramente molto pratico e necessario, vista la lunga giornata che ci attendeva. Ci avremmo pensato più tardi, magari entrando nel primo Apple Store disponibile. Prima però, urgeva risolvere altri due problemi: fare pipì (… il caffè stava facendo effetto!) e trovare un copricapo a Barbara per proteggersi dalla pioggia che aveva iniziato a cadere copiosa mentre eravamo in metro.

Alle 7:00AM da South Ferry iniziamo perciò ad addentrarci, passando da Battery Park, verso il Financial District, prendendo la Broadway e incrociando il celebre “Charging Bull” (e la new entry “Fearless Girl”) nella speranza di trovare un qualsiasi Gift Shop aperto. I negozi non avrebbero aperto prima delle 9:00. Pure le caffetterie erano ancora chiuse e lo stimolo stava diventando insostenibile. All’altezza di Trinity Church entriamo in uno shopping malo (Fulton Center), negozi chiusi ma bagni pubblici disponibili. Salvezza (temporanea) per le nostre vesciche. Restava perciò da trovare un posto dove acquistare un cappellino: la pioggia era diminuita un poco, ma comunque fastidiosa.

Entriamo nel nuovo Westfield World Trade Center (che è anche chiamato Oculus) costruito sulla spianata che una volta vedeva occupate le Twin Towers. Uno spazio imponente, caratterizzato da un via vai di persone che andavano in ogni direzione. Ovviamente non poteva mancare un Apple Store, e nemmeno Louis Vuitton (con tanto di decorazioni ad hoc). In una delle gallerie troviamo un Rite Aid Pharmacy aperto, nel quale acquistiamo il tanto desiderato berretto NY che sarebbe servito per proteggere la testa di Barbara dall’acqua e dal freddo. Presa un’uscita laterale sul lato Ovest (Time Inc. building), ci siamo ritrovati al parco del memoriale (9/11 Memorial): un monumento impressionante, che, nella sua forma essenziale e per quello che simboleggia, ci riporta immediatamente alle drammatiche immagini che tutto il mondo all’inizio del millennio ha vissuto in diretta.

Erano ormai le 8:00AM: tra poco saremmo dovuti tornare a Battery per prendere il traghetto della Statue Cruises. In quel lasso di tempo saremmo riusciti infatti a vedere (dall’esterno) la borsa di Wall Street (New York Stock Exchange), il museo dedicato a George Washington nella Federal Hall (che giustamente ha redatto e firmato la costituzione a New York, visto che la città omonima e attuale capitale degli USA fu fondata — e costruita ex novo — solo verso gli ultimi lustri del diciottesimo secolo) e alcuni dei palazzi che si affacciano sulla Upper New York Bay rivolti verso Brooklyn, il ponte di Verrazano e Staten Island.

A un certo punto, già nei pressi del parco sentiamo un rumore come di lamiera squarciata. Si trattava di un truck lunghissimo che non aveva calcolato bene le distanze per affrontare l’incrocio: in pratica aveva urtato uno dei pali semaforici. Probabilmente da noi sarebbe intervenuta immediatamente la polizia, ma in quel caso l’autista si è limitato a fare retromarcia (e così facendo a raddrizzare il palo!), riprovare ad allargarsi un po’ di più per affrontare meglio la svolta sulla destra, farsi insultare dagli altri conducenti che venivano ostacolati mentre faceva manovra (e non di certo per il palo) e ripartire come se nulla fosse accaduto.

Anche questa volta di code e tempi d’attesa non v’era traccia. A quanto pare il tentativo di effettuare la prenotazione online non aveva funzionato. Ma siccome mancavano pochi minuti alle 9:00AM, restava veramente pochissimo tempo per quindi acquistare il biglietto, passare i controlli e imbarcarci. I Vannin, quando vogliono, sanno quando è il momento di sbrigarsi: e infatti siamo riusciti, con abili tecniche, a superare un gruppo di giapponesi e a farci accogliere per ultimi a bordo, pochi istanti prima della chiusura dei portelloni. E cosi eccoci navigare verso la Statua della Libertà (che in realtà, insieme a Ellis Island, si trova nello stato del New Jersey).

La tratta l’abbiamo praticamente fatta sul ponte esterno: non si può fare a meno di fotografare sia l’avvicinamento alla piccola signora francese tozza, sia l’allontanamento dai grattacieli newyorkesi. Una volta attraccati, e su mio consiglio, decidiamo di fare un giro all’esterno, lungo il perimetro dell’isoletta. Come detto, la statua dal vivo è decisamente più piccola di quel che ci si immagina. Inoltre, nel periodo in cui eravamo a New York, non era permesso salire sulla corona. Non ci interessava neanche molto entrare nella base. Così, fatto il breve percorso ancora sotto la pioggia, ci siamo recati al molo, nell’attesa del prossimo traghetto che ci avrebbe riportato a Battery, evitando — anche qui su mio consiglio — di fare tappa a Ellis Island.

Verso le 10:15 eravamo di nuovo nel Financial District. Avevamo ancora molto da vedere e soprattuto ci attendevano moltissimi chilometri da fare a piedi. Uno degli highlight era il One World Observatory, che si raggiunge anche dal Westfield Center che avevamo già percorso qualche ora prima. Prima però fermata presso l’Apple Store, che nel frattempo aveva aperto.

Già che c’eravamo ci siamo fatti fare un’analitica sullo stato delle batterie. E infatti, quella del mio iPhone era totalmente esausta. Due le alternative: sostituirla per una cifra spropositata (anche in vista di un eventuale cambio di apparecchio, che ad oggi tuttavia non è ancora avvenuto) o un battery pack esterno per una trentina di dollari. Ovviamente abbiamo scelto la seconda opzione. Tra tutto, però, abbiamo perso parecchio tempo.

Solo poco prima di mezzogiorno acquistavamo i biglietti per salire sul grattacielo più alto degli USA e a poter gettare lo sguardo sulla città. A differenza dell’Empire, la visita al punto panoramico ci ha dato l’impressione di essere fondamentalmente un’operazione commerciale, nemmeno tanto velata. Si è trattata di una tappa necessaria, ma non all’altezza delle aspettative e sicuramente non per i $37 (incluse tasse) a testa che si sono dovuti pagare. Forse ciò era dovuto al fatto che il cielo non era limpido o forse perché iniziavamo ad avere fame, o forse perché la vista sulla città era filtrata da spesse vetrate. Non sappiamo con certezza, ma il One World Observatory non ci ha convinti.