NYC-CUN-MIA – 23 novembre

Era giorno di escursione. Chiaramente, essendo abituati a svegliarci presto, il fatto che la partenza in pulmino fosse prevista alle 7.15 non rappresentava un problema. Ci attendevano 6 ore di viaggio tra andata e ritorno e pure un cambio di fuso orario, una visita alle rovine di Chichen Itza, una tappa in una pozza d’acqua dolce chiamata Cenote e una breve sosta “commerciale” nella cittadina coloniale di Valladolid.

Dopo un breve e necessario pit stop alle porte di Playa del Carmen e aver fatto salire la nostra guida che ci avrebbe raccontato di quello che si andava a vedere, ci siamo avviati verso la lunga autostrada in mezzo alla giungla. Vi erano pochissimi veicoli, ma ancora meno erano le uscite (o le entrate). Ogni tanto passavamo sotto a delle transenne che parevano piazzate a caso; in realtà si trattava di passerelle per le scimmie.

Chichen Itza è considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno. Era il più importante insediamento Maya e fu abbandonato dopo l’arrivo dei conquistadores nel Sedicesimo secolo. Il monumento più importante è il tempio di Kukulcan, ma l’intera area archeologica ha un valore storico incommensurabile. Era una civiltà decisamente sanguinaria e dedita al culto della morte e del sacrificio umano come atto supremo e nobile per compiacere il dio serpente, simbolo di fertilità, di vita e, appunto, di morte.

I maya erano anche eccelsi matematici e astronomi. Il calendario da loro elaborato è ancora oggi uno dei più precisi e dettagliati mai scoperti. Tuttavia, era una civiltà che non aveva scoperto la ruota (o almeno è ciò che ci aveva raccontato la guida) o la carrucola, il che lascia aperte numerose questioni su come abbiano potuto costruire la cittadella con dei blocchi di pietra pesanti diverse tonnellate.

A differenza delle altre civiltà a noi più vicine, il gioco della palla (una specie di basketball atavico) aveva in premio non la vita, bensì la morte: il capitano della squadra vincente, in onore del loro dio, veniva sacrificato nell’arena davanti al pubblico dal capitano della squadra avversaria perdente tramite decapitazione. C’è da chiedersi se vi fosse la fila per tale ruolo, anche se è probabile che, avendo una concezione della vita e della morte diverse dalla nostra, il prescelto l’assumeva con pieno orgoglio (e letteralmente con notevole spirito di sacrificio!).

Le rappresentazioni dei teschi dei capitani caduti erano scolpiti su diverse mura di alcuni edifici adiacenti al tempio di Kukulcan. Ancora oggi, complice forse la fusione dei riti ancestrali con la ritualità importata dal cristianesimo dei primi colonizzatori spagnoli, si nota come in quelle zone la raffigurazione della morte non sia nascosta alla vista. Anzi: teschi e scheletri sono onnipresenti in forme e colori sgargianti e fanno parte della quotidianità messicana. La “calavera catrina” (la elegante dama della morte) è forse quella più famosa (e acquistabile in ogni angolo del Paese).

Dopo aver girato (forse con un po’ troppo poco tempo a disposizione) nel sito archeologico, era giunto il momento di andare a mangiare in un tipico ristorante messicano. Il pranzo era stato accompagnato da un breve, ma abbastanza intenso, acquazzone. Le guide avevano deciso di invertire il programma e dopo aver mangiato (Barbara pochissimo, io — come sempre — azzardando persino un bis) si prospettava il bagno nella pozza d’acqua dolce più grande del messico, lo xenote di Ik Kil (dove, tra l’altro si sono tenuti anche i campionati del mondo di cliff diving nel 2010). Fare il bagno in questi bacini è molto apprezzato dalla popolazione locale.

Barbara avevo deciso di provare a immergersi, mentre io ho preferito fare un reportage della sua incerta entrata in acqua. C’era veramente molta gente che aspettava. Dopo un paio di minuti era già uscita e pronta a rivestirsi, siccome il tempo che ci avevano concesso non era molto e avevamo ancora in previsione una sosta a Valladolid. Mentre aspettavamo anche gli altri viaggiatori, a Barbara era venuta voglia di gelato. Stranamente per tutto il tempo all’Allegro non ci avevamo nemmeno pensato, ma forse complice la fame e il poco sostanzioso pasto, ne desiderava mangiare uno. Peccato che, nonostante fosse pieno di cartelli che pubblicizzavano i gelati confezionati, di questi non ce n’erano più…

Siamo quindi ripartiti per l’ultima tappa della nostra escursione. Era prevista circa un’ora per visitare il centro della seconda cittadina dello Yucatan (dopo Merida) e per fare un po’ di acquisti. All’arrivo avevamo saputo che nella casa municipale era possibile visitare gratuitamente un ampio salone con appesi 4 giganteschi dipinti raffiguranti i periodi storici che avevano caratterizzato la zona.

Dopo aver fatto le foto di rito, abbiamo iniziato a guardare nei negozietti di souvenir che si affacciavano alla piazza principale. Sebbene fossimo tentati dalla catrina, avevamo deciso di acquistare una tovaglia multicolor (quelle tipiche dei ristoranti messicani) e un “simpatico” teschietto di colore rosso-arancio. La statuetta a forma di scheletro, particolarmente delicata, ero convinto che si sarebbe sicuramente rotta durante il viaggio.

Richiamati tutti all’appello, era giunto il momento di rientrare a Playa del Carmen. Durante tutto il giorno, uno dei ragazzi che erano con noi sul pulmino era stato male, tanto da non scendere nemmeno a nessuna delle tappe previste. Il ritorno — immaginiamo non solo per il malcapitato — si era rilevato piuttosto straziante, perché il gruppo di italiani con il quale ci avevano abbinati aveva deciso di mettere la musica (pop italiano scadente) a tutto volume e il mal di testa non aveva tardato a colpirci entrambi.

La giornata si era rivelata molto interessante, ma anche molto stancante. Avevamo ancora due giorni pieni di spiaggia, ma ci sembravano non sufficienti per riprenderci, tanto più che la sera successiva ci attendeva una nottata in discoteca, che probabilmente sarebbe stata di sicuro divertente, ma anche penalizzante per goderci l’ultimo giorno di mare prima di partire.